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Redazione Trendsfera
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Lo sfogo di Liev Schreiber sul red carpet mostra che il rituale è rotto

Una star aggredisce una giornalista, si scusa e il ciclo ricomincia: l'intervista sul red carpet è una transazione che nessuno rispetta, e a pagarla è chi regge il microfono.

Pubblicato
29 ottobre 2026
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Immagine generata con l'IA

A chi serve, esattamente, l'intervista sul red carpet? Non allo spettatore, che riceve quaranta secondi di entusiasmo provato e riprovato. Non alla giornalista, che ottiene una clip e, a quanto pare, il rischio di essere rimproverata davanti alla telecamera. L'unico beneficiario evidente è il progetto promosso, ed è per questo che suona così strano quando la star promossa tratta lo scambio come un'imposizione.

È la domanda che questa settimana aleggia su Liev Schreiber. Un video girato da un passante, come ha riportato il Los Angeles Times, lo mostrava mentre rimproverava una giornalista sul red carpet della sua serie Apple TV «Nocturne». Secondo le cronache, le avrebbe detto di parlare con le persone come se contassero qualcosa, e almeno una testata ha descritto lo scambio come infarcito di parolacce. Da allora ha fatto un passo indietro. Entertainment Weekly riporta che ha detto di essere «partito con una terribile tirata su scimmie e parolacce» e di «aver avuto un momento».

Bisogna essere onesti su quanto poco sappiamo. Gli spezzoni a disposizione non offrono una trascrizione completa, e secondo le cronache la domanda che lo ha fatto esplodere era del tipo costruito per ottenere una battuta da citare. Non fingeremo di poter giudicare le parole esatte. Quello che possiamo giudicare è la forma della vicenda, ed è una forma familiare.

Il red carpet è una transazione con un sorriso finto

Tutti su quel tappeto stanno lavorando. L'attore è lì per vendere una serie. La giornalista è lì per produrre contenuti a partire da pochi secondi di accesso. Hanno bisogno l'uno dell'altra, eppure solo una delle due parti deve assorbire l'umore con cui arriva l'altra.

Questa asimmetria è la vera notizia. Una giornalista non può rispondere a tono con facilità, non può lasciare la postazione che le è stata assegnata e non può contare su un addetto stampa che sistemi le cose dopo. Una star può fare tutte e tre le cose. Quando il potere è così sbilanciato, «ho avuto un momento» è un lusso che solo una parte può permettersi.

Sì, le domande sono spesso brutte, e non è una scusa

Ecco la sfumatura che i difensori di Schreiber vorranno far valere, ed è legittima. Le domande da red carpet tendono a essere intercambiabili: «Cosa ti ha attratto del ruolo?» «Cosa possono aspettarsi i fan?» Chi se le sente fare di continuo in una sola serata può sentirsi un oggetto di scena nei contenuti di qualcun altro. Parte della sua frustrazione può essere una critica legittima a un formato che appiattisce tutti in una macchina da battute.

Ma guardiamo su chi è ricaduta la critica. Chi ha fatto la domanda probabilmente non ha progettato il formato. Le sono stati consegnati uno slot e un microfono. Se il rituale è vuoto, chi lo ha costruito, cioè studi, reti e uffici stampa che vogliono battute garantite, merita il rimprovero più della giornalista in piedi davanti al fondale con i loghi. Chiedere di trattare le persone come se contassero è un buon consiglio, e vale in entrambe le direzioni.

Le scuse contano, ma tempi e sede raccontano un'altra storia

A suo merito, Schreiber non si è arroccato. Secondo un resoconto della sua ospitata, ha ripercorso l'accaduto a «Late Night with Seth Meyers», e secondo Reality Tea ha perfino rivelato che sua madre aveva messo in discussione il suo comportamento. Noi prenderemmo le scuse sul serio, e riteniamo che valgano più delle finte scuse che di solito offrono le celebrità.

Resta però la coreografia: prima arriva lo sfogo, poi la clip diventa virale, e il pentimento approda sul divano di un talk show notturno, il tipo di tappa in cui le star sono comunque sotto i riflettori. Non diciamo che sia cinico, perché non possiamo conoscere le sue intenzioni. Ma mostra come il sistema metabolizza i cattivi comportamenti. Le scuse diventano un momento mediatico a sé, e la giornalista, che secondo noi meritava scuse dirette, è la persona meno visibile della storia. Non abbiamo visto alcuna notizia di scuse rivolte a lei.

Il nostro verdetto

Il rispetto dovrebbe viaggiare in entrambe le direzioni, e invece oggi il rituale si regge su una tolleranza a senso unico. Gli addetti stampa dovrebbero smettere di trattare la fila dei giornalisti come una catena di montaggio, e le testate dovrebbero insistere per avere domande vere, anche a costo di perdere qualche secondo di girato. Le star dovrebbero partire dal presupposto che chi ha il microfono è una professionista che fa il suo lavoro.

Le scuse di Schreiber erano la mossa giusta. Meglio ancora sarebbe se l'industria cambiasse il formato, in modo che nessuno venga messo all'angolo fino a ricevere un rimprovero. Fino ad allora, aspettati un'altra clip virale alla prossima stagione delle prime.

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