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Redazione Trendsfera
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Una battuta su Mao ha tolto La Liga dalla tv di Stato cinese. Brand, prendete nota

Una frase di Mbappé su un meme del «dittatore cinese» gli è costata gli sponsor e ha tolto La Liga dalla tv di Stato cinese. Le parole dei vip sono ormai una voce di rischio per i brand.

Pubblicato
2 novembre 2026
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Foto: Balkan Photos / Wikimedia Commons (CC BY 2.0)

Quanto vale una frase buttata lì? Chiedilo a La Liga. Un calciatore che ride di un meme nel programma di un amico ha lasciato, in una settimana, il suo campionato senza lo spazio in diretta sull'emittente di Stato cinese. Nessuno l'ha pianificato, nessuno l'ha scritto in un copione e nessuno l'aveva messo in conto.

Ecco cosa è successo. Ospite di The Bridge, il programma del compagno di squadra Aurélien Tchouaméni, Kylian Mbappé ha detto che il suo meme preferito su di sé era quello in cui la sua faccia è incollata su un tizio che credeva fosse un dittatore cinese, come racconta L'Express. Con le parole riportate da the42.ie: «un tizio, credo sia un dittatore cinese». Il video si è diffuso sui social media cinesi. Tre marchi cinesi, Dongpeng, Mengniu e Milkground, hanno interrotto il rapporto con lui, e il gruppo radiotelevisivo statale CMG ha sospeso la copertura de La Liga.

Si è scusato il 27 ottobre, e La Liga ha preso le distanze dalle sue parole. Non è bastato: secondo AFP, via Le Figaro, domenica la CCTV non ha trasmesso la partita del Real Madrid sul campo del Racing Santander, e a quanto pare l'incontro non era nemmeno sul servizio di streaming Migu.

La punizione è ricaduta sulla parte sbagliata

A colpire non è che gli sponsor scappino. È la mossa più vecchia del manuale. È che la sanzione sia passata da chi ha parlato all'istituzione che lo circonda. La Liga ha detto che le dichiarazioni sono state fatte «a titolo personale e non rappresentano La Liga». Il blackout fa pensare che quella distinzione abbia contato poco. A perdere copertura è il campionato, mentre il giocatore domenica ha segnato nella vittoria per 3-0.

Per noi è questa la vera lezione. Una star non è più un dipendente che si può isolare con un disclaimer. È il volto di un intero ecosistema: club, campionato, sponsor, emittenti. Quando il volto dice qualcosa, paga tutto il corpo, e lo fa in una valuta che chi ha parlato non tocca mai.

Le scuse sono ormai un rituale, non una soluzione

Il comunicato di Mbappé è stato pubblicato in francese, cinese e inglese, e il ministero degli Esteri cinese ha detto di prendere le scuse «sul serio». Il blackout è andato avanti lo stesso. Persino l'allenatore del Real Madrid, José Mourinho, il giorno prima aveva definito la vicenda «chiusa». La lezione è brusca: delle scuse rapide e ben tradotte ti fanno ottenere una risposta cortese, non la trasmissione ripristinata.

Va aggiunta una cautela. Non è ancora chiaro quanto durerà, e le notizie secondo cui il boicottaggio potrebbe estendersi alla Champions League sono, per ora, una possibilità non confermata basata su un'assenza dal palinsesto. Mercati come questo possono riaprire in silenzio. Oppure no. Ogni previsione, la nostra compresa, va presa con cautela.

I brand dovrebbero prezzare le parole come il meteo

La lettura comoda è «avrebbe dovuto saperlo». Giusto, ma è la lettura pigra. Una battuta banale in un Paese è un tabù in un altro, e un atleta globale parla a tutti nello stesso momento, in un mezzo che non dimentica. Alcune testate sostengono perfino che non abbia fatto nulla di male; a nostro avviso è un discorso che non c'entra con il lato commerciale. Morale e accesso al mercato sono due libri contabili diversi, e solo uno dei due ha potere di veto sulla tua copertura televisiva.

Cosa dovrebbero fare allora un brand globale o un campionato? Smettere di trattare le clausole morali come una nota legale a piè di pagina e iniziare a considerare le parole dette oltre confine un rischio operativo, come le oscillazioni valutarie o le catene di approvvigionamento. Preparare le star con un media training sulle linee rosse specifiche dei mercati che le pagano. Costruire piani di emergenza per un blackout regionale. E accettare che nessun piano copra una battuta fuori onda in un podcast.

Il verdetto: questa non è la storia della battuta infelice di un calciatore. È la storia di quanto il denaro dell'intrattenimento globale si sia concentrato in pochi guardiani, e di quanto sia sottile il confine tra una risata e un pubblico perso. I brand che ingaggiano le celebrità per la loro portata dovrebbero ricordare che la portata taglia in entrambe le direzioni.

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