Il caso Pasolini si riapre, e la fame di «verità» dell'Italia è la vera notizia
Una nuova indagine della Procura di Roma sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini del 1975 mostra un Paese che non riesce ad archiviare il caso e vuole una storia, più ancora di una sentenza.
Foto: Unknown author Unknown author / Wikimedia Commons (Public domain)
Quante volte un Paese può riaprire la stessa ferita prima di ammettere che non cerca un colpevole, ma un finale? L'Italia l'ha appena rifatto con Pier Paolo Pasolini, e la data è difficile da ignorare: la notizia è uscita il 2 novembre 2026, 51 anni dopo la sua morte.
Cos'è successo, in breve
Secondo l'ANSA, la Procura di Roma ha aperto una nuova indagine sull'omicidio dello scrittore, ucciso a Ostia nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975. Stando a Radio Roma, il fascicolo è stato assegnato alla pm Silvia Santucci e nasce da un esposto presentato nelle ultime settimane dall'avvocato Stefano Maccioni.
Una testata italiana parla di «nuovi elementi scientifici», un'altra cita nuovi accertamenti genetici sui reperti. Fanpage scrive che l'indagine torna a chiedersi se fossero presenti altre persone. Noi prenderemmo tutto questo con le pinze: quello che è stato pubblicato finora non dice quali siano davvero le prove, e un esposto non è un accertamento.
Un fascicolo non è una sentenza, e i titoli lo dimenticano già
Guarda come viene confezionata la storia. Alcuni titoli promettono «elementi inediti» e una «nuova pista». Il fronte dell'avvocato, stando a un titolo, dice che i nuovi elementi sono decisivi e che ora «chi sa deve parlare». Bene, è un legale che fa il suo mestiere. Ma osserva cosa si sta vendendo: non «i pm riesamineranno del materiale», bensì «la verità è vicina».
Aprire un fascicolo dopo un esposto è una soglia bassa, per costruzione. È ciò che fa un sistema giudiziario quando qualcuno gli porta qualcosa da verificare. Ci dice che i magistrati hanno ritenuto l'esposto degno di esame, niente di più. Se ci sia un nome nuovo, un nuovo sospettato o semplicemente una perizia di laboratorio migliore su materiale vecchio, da quanto pubblicato finora nessuno può dirlo. Chi oggi sostiene il contrario va a intuito.
Perché l'Italia non riesce a lasciar andare
Questa è la nostra opinione, e resta soltanto tale. La morte di Pasolini non ha mai funzionato come un normale caso di cronaca nera, perché il Paese non si è mai messo d'accordo su che tipo di storia fosse. Una testata italiana definisce quella notte una delle più buie e controverse della storia del Paese, e il fatto stesso che un'indagine a oltre mezzo secolo di distanza torni a chiedersi di «altre persone» suggerisce, a nostro avviso, che la ricostruzione originale non ha mai soddisfatto fino in fondo tutti.
È questo il motore dell'appetito. Un caso irrisolto è uno schermo bianco: ogni generazione ci proietta sopra il proprio sospetto verso il potere, verso gli insabbiamenti, verso il modo in cui le istituzioni trattano le persone scomode. Una risposta definitiva, soprattutto se piccola e poco gloriosa, porterebbe via quello schermo. Il sospetto è che una parte dell'Italia non voglia tanto che il caso si chiuda, quanto che si chiuda in un modo preciso, con un complotto all'altezza dell'uomo.
Questa è la parte scomoda. Le prove, se ci sono, non si curano del nostro bisogno di proporzione. Il DNA non consegna significati. Consegna corrispondenze, oppure no.
Che farne di questa notizia
Il nostro consiglio è noioso, ed è per questo che probabilmente è giusto. Considera la riapertura legittima e benvenuta: se i metodi forensi moderni si possono applicare a vecchio materiale, è giusto che lo siano, per il bene di una vittima il cui caso merita rigore, non mitologia. Ma resisti ai due soliti riflessi.
Il primo è il cinismo: «è sempre lo stesso copione, non ne uscirà nulla». Forse. Eppure un magistrato con un fascicolo è meglio di un Paese con una leggenda.
Il secondo è la corsa a una conclusione soddisfacente. Se l'indagine si chiudesse con una risposta più ristretta di quella che il pubblico prova da decenni, non sarebbe un fallimento della giustizia. Sarebbe un fallimento delle nostre aspettative.
Pasolini ha passato la carriera a far guardare gli italiani allo specchio. È un'ironia amara, e calzante, che oggi lo faccia anche il caso della sua morte. La vera domanda non è soltanto chi fosse a Ostia quella notte. È cosa faremo se la risposta sarà più piccola della storia che abbiamo costruito.
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