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Il divario retributivo dei presidi in Italia è un allarme, non una vittoria

In Italia i dirigenti scolastici guadagnano quasi tre volte più dei docenti della scuola secondaria di primo grado, rivelando un sistema che premia la gerarchia e svaluta il lavoro in classe.

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20 ottobre 2026
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Cosa dice di un sistema scolastico il fatto che chi dirige l’edificio guadagni quasi tre volte più delle persone che vi insegnano? In Italia, la risposta sta diventando impossibile da ignorare: il divario retributivo tra dirigenti scolastici e docenti non è soltanto una statistica curiosa. È il simbolo di come il Paese stabilisce il valore della responsabilità, della competenza e del lavoro educativo.

Un recente confronto Eurydice, che comprende 37 sistemi educativi, colloca l’Italia al primo posto in Europa per la differenza tra dirigenti scolastici e docenti della scuola secondaria di primo grado. Come riporta Il Fatto Quotidiano, i dirigenti scolastici italiani ricevono uno stipendio lordo effettivo medio di circa 100.000 standard di potere d’acquisto, rispetto ai circa 35.000 dei docenti. Si tratta di un rapporto di circa 2,9 a uno.

Il punto scomodo è che entrambe le affermazioni possono essere vere: dirigere una scuola può essere impegnativo e, allo stesso tempo, la retribuzione degli insegnanti può essere inadeguata. Il problema non è che i dirigenti scolastici siano pagati bene. È che i professionisti che lavorano in classe restano così lontani.

L’anomalia è la distanza, non l’esistenza di una gerarchia

In tutti i sistemi europei compresi nel confronto, i dirigenti scolastici guadagnano più degli insegnanti. Di per sé, non è affatto sorprendente. Dirigere una scuola implica gestione, organizzazione del personale, amministrazione e responsabilità che differiscono dall’insegnamento in classe. È logico che ci sia un premio retributivo.

Il problema dell’Italia è l’entità di questo premio. In Austria, il confronto indica circa 85.000 standard di potere d’acquisto per i dirigenti scolastici contro 60.000 per i docenti. In Francia, il divario è di circa 63.000 contro 43.000. I Paesi Bassi, un altro Paese ai vertici del confronto, si attestano approssimativamente a 95.000 contro 65.000. Sono differenze significative, ma non producono la stessa sensazione di separazione istituzionale.

Questa distinzione conta. Una struttura retributiva comunica quanto vale una professione. Quella italiana sembra dire che la leadership educativa abbia un valore elevato, mentre l’insegnamento che rende possibile la missione centrale della scuola sia relativamente sostituibile. Pensiamo che questo sia il vero scandalo: non il fatto che i dirigenti scolastici siano pagati bene, ma che gli insegnanti siano trattati come la componente più economica del sistema.

Il lavoro in classe viene valutato come se finisse al suono della campanella

Una reazione prevedibile consiste nel richiamare le ore di lezione e le vacanze scolastiche. È un argomento troppo comodo. L’analisi di Sky TG24 sui dati Eurydice osserva che in Italia i docenti della scuola secondaria svolgono 18 ore settimanali di lezione, sostanzialmente in linea con il confronto europeo citato. Ma il tempo in classe è solo una parte del lavoro: preparazione, correzione, riunioni, colloqui con le famiglie e altri compiti amministrativi restano fuori dall’orario visibile.

È qui che il dibattito pubblico può prendere una direzione sbagliata. L’insegnamento viene valutato in base alle ore che gli studenti vedono, mentre gran parte del lavoro necessario per rendere possibili quelle ore resta sottovalutata sul piano economico e culturale. Il risultato è una professione che da lontano può sembrare comoda e, vista da vicino, sottopagata.

Il livello retributivo degli insegnanti italiani rafforza questa impressione. Per l’anno scolastico 2024/2025, le cifre citate da Sky TG24 indicano per i docenti italiani circa 26.000 € lordi all’anno all’inizio della carriera, circa 28.000 € dopo 10 anni e approssimativamente 31.000 € dopo 15 anni. Al vertice della carriera, la cifra riportata è di circa 37.000 €. Questi numeri non vanno letti come una misura completa del tenore di vita, ma chiariscono una cosa: il problema non è semplicemente lo stipendio del dirigente scolastico. È la progressione limitata degli insegnanti al di sotto di quella soglia.

Il divario rivela un problema di riconoscimento mascherato da problema salariale

Le discussioni sugli stipendi diventano spesso gare di calcoli: si confronta un Paese, una fase della carriera o una cifra annua lorda e si proclama un vincitore. Questo approccio trascura la questione culturale. La retribuzione è anche una forma di riconoscimento.

Gli insegnanti hanno bisogno di una formazione universitaria, di aggiornamento professionale continuo, di competenze nella valutazione e di rapporti costanti con studenti e famiglie. La campagna citata da Il Fatto Quotidiano descrive l’insegnamento come un lavoro che va ben oltre il tempo trascorso in classe. Anche senza condividere ogni richiesta di riforma, è difficile respingere l’argomentazione di fondo: una professione che si assume responsabilità educative e sociali non dovrebbe essere retribuita come se il suo lavoro fosse confinato alle lezioni in programma.

Il confronto con la dirigenza scolastica è particolarmente rivelatore anche perché i dirigenti ricevono ulteriori indennità. Queste possono riflettere le dimensioni della scuola, i risultati, la sede disagiata o lontana, le qualifiche aggiuntive e gli straordinari. Si tratta di integrazioni comprensibili. Ma la lezione più ampia è che l’Italia ha costruito meccanismi più visibili per premiare la gestione che per riconoscere tutta la complessità dell’insegnamento.

Questo squilibrio rischia di fare della dirigenza l’unica strada credibile per ottenere una retribuzione migliore. Se fare carriera significa lasciare la classe, il sistema insegna tacitamente la sua lezione più remunerativa: la competenza vale di più quando non viene più impiegata principalmente per insegnare.

Un aumento è necessario, ma ridurre il divario non è l’intera soluzione

L’Italia dovrebbe migliorare gli stipendi degli insegnanti, ma ridurre meccanicamente il divario non risolverebbe automaticamente i problemi del sistema educativo. Una riforma seria dovrebbe intervenire sulla progressione di carriera, sulla retribuzione del lavoro svolto al di fuori delle lezioni e sulle responsabilità aggiuntive che gli insegnanti assumono concretamente. Dovrebbe inoltre conservare un premio significativo per i dirigenti scolastici, le cui funzioni manageriali sono diverse, invece di fingere che i due ruoli siano identici.

Il confronto più utile non è una semplicistica contrapposizione tra “dirigenti scolastici e insegnanti”. È il confronto tra l’Italia e i sistemi europei in cui la distanza è più contenuta. I dati Eurydice mostrano che le strutture retributive possono riconoscere la leadership scolastica senza trasformare l’insegnamento in classe nella fascia economicamente più svantaggiata del sistema educativo.

Il divario record dell’Italia è quindi meno un trofeo che una diagnosi. I dirigenti scolastici non sono i cattivi di questa storia: sono i beneficiari visibili di una gerarchia che non ha saputo valorizzare le fondamenta su cui poggia. Il verdetto è semplice: pagare equamente i dirigenti scolastici, pagare molto meglio gli insegnanti e smettere di trattare la competenza in classe come la parte dell’istruzione a cui si può chiedere di fare di più con meno.

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